4 marzo 2005: Dott. Nicola Calipari

Erano le 20.55 del 4 marzo 2005 e Calipari – capo dell’intelligence italiana in Iraq – stava accompagnando all’aeroporto di Baghdad la giornalista Giuliana Sgrena, l’inviata del Manifesto rapita un mese prima dalla Jihad islamica all’uscita della moschea nel centro dell’università “dei 2 fiumi” a Baghdad.
Quando capì che quelle raffiche non erano d’avvertimento, quando sentì che i proiettili erano diretti ai finestrini e all’abitacolo della Toyota sulla quale stava viaggiando, non ebbe esitazioni: strinse in un abbraccio la donna che stava rannicchiata accanto a lui, sui sedili posteriori, le coprì il viso e le fece scudo col suo corpo. Così morì, colpito da una pallottola alla testa, Nicola Calipari. Aveva trattato per la sua liberazione e quel 4 marzo era riuscito a farsela consegnare. “Giuliana sono Nicola, sei libera, sono venuto a prenderti per portarti in Italia”: così si era presentato a Sgrena all’interno della macchina dove l’avevano abbandonata i suoi sequestratori, in una strada nel quartiere di Mansour, a Baghdad. Il viaggio verso l’aeroporto, dove li attendeva il Falcon del Sismi che avrebbe riportato la giornalista in Italia, era iniziato da venti minuti quando l’auto guidata da un agente dei servizi incappò nel posto di blocco 541, sulla route Irish, la strada che collega il centro della capitale irachena allo scalo. Sulla rampa che conduce alle partenze c’era un presidio mobile controllato dagli americani. L’addetto alla mitragliatrice dirà poi di aver segnalato la presenza del check point prima puntando contro l’auto degli italiani (ben nota all’intelligence americana) una potente torcia, poi urlando a squarciagola, infine sparando diversi colpi in aria. Ma nessuno degli altri soldati presenti sul blindato sentì le urla, né i colpi d’avvertimento. Il mitragliere sparò contro la Toyota almeno due raffiche ravvicinate con la sua M240B, una breve ed una lunga. 11 proiettili calibro 7.62 perforarono le portiere, uno uccise Calipari. Racconta Giuliana Sgrena: “Calipari mi ha buttato giù tra i due sedili dicendo: ‘Così ti senti più sicura’. Lui che durante il viaggio parlava sempre, per rincuorarmi, da quel momento non ha parlato più. Mentre l’autista con il telefono satellitare dialogava con Palazzo Chigi, che ha potuto seguire in diretta tutto quello che è successo, c’è stata una pioggia di proiettili e ho sentito il corpo di Calipari che si appesantiva, non riuscivo a capire se ero io che stavo morendo. Poi sono arrivati gli americani che hanno alzato il corpo di Nicola e ho sentito il suo rantolo. Solo allora ho capito che chi stava morendo era lui”.

Nicola Calipari, nato a Reggio Calabria il 23 giugno 1953, sposato e padre di due figli, laureato in giurisprudenza, educato alla scuola degli scout, era entrato in polizia nel settembre del 1979, come commissario in prova assegnato alla questura di Genova e aveva iniziato così una brillante carriera di investigatore. Era stato capo della Squadra mobile di Cosenza, funzionario della Squadra narcotici a Roma, capo della sezione criminalità organizzata, funzionario presso la Criminalpol e il servizio centrale operativo (Sco), dirigente dell’ufficio stranieri della questura di Roma. Nel 2002 era passato ai servizi segreti, con la qualifica di vice direttore operativo del Sismi. Era esperto in missioni impossibili, e in Iraq aveva condotto la trattativa che aveva portato al rilascio di due volontarie italiane, Simona Pari e Simona Torretta.

Oggi Calipari riposa nel cimitero del Verano, a Roma, e vicino alla sua ci sono le tombe che ospitano gli eroi di guerra. Motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria:

“Capo Dipartimento del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare - già distintosi per avere personalmente condotto molteplici, delicatissime azioni in zona ad altissimo rischio - assumeva il comando dell'operazione volta a liberare la giornalista Giuliana Sgrena, sequestrata da terroristi in Iraq. Prodigandosi con professionalità e generosità, sempre incurante del gravissimo rischio cui consapevolmente si esponeva, animato da altissimo senso del dovere, riusciva a conseguire l'obiettivo di restituire la libertà alla vittima del sequestro, mettendola in salvo. Poco prima di raggiungere l'aeroporto di Bagdad, nel momento in cui l'autovettura sulla quale viaggiava veniva fatta segno di colpi d'arma da fuoco, con estremo slancio di altruismo, faceva scudo alla connazionale con il suo corpo, rimanendo mortalmente colpito. Altissima testimonianza di nobili qualità civili, di profondo senso dello Stato e di eroiche virtù militari, spinte fino al supremo sacrificio della vita. Bagdad, 4 marzo 2005”