Generali coraggiosi. Le venti medaglie d’oro conferite ai generali nella Grande Guerra

       

Spesso siamo abituati a immaginare i generali della Grande Guerra come uomini da scrivania abituati a muovere bandierine su carte topografiche, magari al caldo, nei rifugi, o nei palazzi del potere. La storia di venti generali decorati con Medaglia d’oro al valor militare racconta un’altra realtà, quella di uomini maturi, di lunga esperienza, che seppero diventare un tutt’uno con i loro soldati. Ad Antonio Cascino, Euclide Turba, Achille Papa, solo per citarne alcuni, furono intitolate piazze e vie in tutta Italia, ma le loro vicende sono dimenticate al punto che a Roma si cita spesso “Via dei Prestinari”, ignorando che la strada fu dedicata al generale Marcello Prestinari caduto nel 1916 sul Monte Meleghetto mentre sotto il fuoco d’artiglieria austriaco continuava, imperturbabile, a esaminare il terreno.  

Un recente volume dello storico Giovanni Cecini, “Generali in trincea” (Chillemi ed.) ci porta a scoprire le biografie di questi comandanti “antimoderni” che ricordano i condottieri rinascimentali: se da un lato erano uomini d’azione, temprati dal “mestiere delle armi”, al tempo stesso erano anche uomini di cultura, scienziati e, in molti casi, raffinati intellettuali.  

Di questi venti, ne caddero ben 15: chi colpito da una pallottola nemica, chi centrato da un colpo di artiglieria, chi stroncato dalla setticemia in un ospedale da campo.  

Antonio Cascino  

Il nobile siciliano Antonio Cascino fu forse il più famoso e amato dalle truppe. Entrato, appena diciassettenne, all’Accademia di Artiglieria di Torino, rivelò presto un gran talento di educatore, pubblicando numerosi testi e ottenendo una cattedra all’Accademia militare di Modena. Era dotato di grande oratoria e carisma; nel 1917, prima dell’assalto al Monte Vodice, comandava la brigata “Avellino” alla quale rivolse queste parole: “Voglio che tutti voi siate una grande valanga grigioverde che, miracolosamente, risale dalla valle alla vetta per schiacciarvi il nemico che vi si annida”. Perfino Toscanini, il quale non amava troppo le alte gerarchie militari, portò dal generale la sua banda e suonò ininterrottamente, dal 20 al 24 agosto, inni patriottici di fronte al nemico per incoraggiare i soldati di Cascino nella conquista – sofferta e cruenta – del Monte Santo. Dopo questa vittoria, il generale puntò ai monti Veliki e San Gabriele.  Pur di studiare il terreno personalmente, non era solito badare alla propria incolumità. Il 15 settembre una granata colpisce il suo comando, molti ufficiali restano uccisi e anche lui viene colpito alla coscia da una palla di shrapnel; incurante della ferita, organizza i soccorsi per i malati più gravi. Per due giorni, onde non lasciare il posto di comando sotto l’attacco austriaco non accetterà di farsi curare lasciando infettare la ferita irrimediabilmente. Morirà di setticemia dopo 12 giorni di agonia. La brigata “Avellino” sprofondò nella commozione e nella sconforto. Due mesi dopo gli sarà conferita la medaglia d’oro al valor militare, alla memoria.  

Maurizio Gonzaga del Vodice  

Era dotato di un coraggio fisico ai limiti dell’incoscienza il generale principe Maurizio Gonzaga del Vodice. Figura taurina, accanito fumatore, fu ferito almeno cinque volte - rimanendo anche mutilato- guadagnandosi ben due medaglie d’oro. Nato a Venezia da un ramo cadetto dei Gonzaga di Mantova, entrò all’Accademia di Modena come ufficiale di fanteria. Grande studioso di strategia, ne divenne docente. Alle doti intellettuali accompagnava una volontà di azione che, nella Grande guerra, lo portò sempre in prima linea. Fu l’espugnatore del Vodice, per questo otterrà la prima medaglia d’oro e, anni dopo, anche il predicato omonimo con il titolo di marchese. Per dare un’idea del tipo umano, basti ricordare un episodio: nella notte del 24 ottobre ’17, il generale Gonzaga si recò con alcuni cavalleggeri in ricognizione e una raffica di mitragliatrice gli fece saltare tre dita dalla mano sinistra. Senza scomporsi, si chinò e, raccolte le dita cadute a terra per avvolgerle in una pezzuola, disse ai presenti col sorriso: “Non voglio lasciare nulla al nemico!”.  Tra gli ufficiali più decorati d’Italia, morirà nel suo letto, nel 1938, a Roma risparmiandosi il dolore della morte di suo figlio Ferrante (anche lui generale) avvenuta l’8 settembre 1943: all’intimazione di resa postagli dai tedeschi, Ferrante gridò ai propri uomini: «Un Gonzaga non si arrende mai»! , mise mano alla pistola, ma fu falciato da una raffica di mitra. Anche lui riceverà la medaglia d’oro alla memoria.  

Antonio Edoardo Chinotto  

Roso da una malattia, aveva pochi mesi di vita il generale Antonio Chinotto quando chiese e ottenne di tornare al fronte. Era uno scienziato, un tecnico espertissimo, ma anche un amante del bello, autore di prose e poesie. Condusse personalmente gli attacchi sul San Michele, dove, pur ferito, rimase al comando. Nel febbraio del ’16, reduce da un’operazione allo stomaco, poteva alimentarsi, ormai, solo grazie alle flebo; pertanto, al limite delle forze, ordinò di essere trasportato in poltrona sulla linea del fuoco, per dirigere le operazioni su Gorizia. Esausto per lo sforzo, fu ricoverato all’ospedale di Udine dove si fece portare un Tricolore per baciarlo. Le sue ultime parole furono: «Ho dato tutto me stesso alla patria e muoio soddisfatto di aver ben impiegato la mia esistenza».  

Euclide Turba  

Grande pedagogo militare, il palermitano Euclide Turba fu profetico interprete della sua epoca. Per primo aveva intuito che la società civile era cambiata ed era necessario adattare anche i sistemi educativi per le reclute. Storico militare di valore e studioso dell’antica Roma, seppe riconoscere - con occhio da sociologo - il ruolo che le donne avevano saputo guadagnarsi durante la Grande guerra: «La donna si è finalmente mostrata qual è, e non quale la fanno apparire». Dopo Caporetto, al comando della brigata “Perugia” svolse un importante ruolo nel contrattaccare e respingere l’avanzata nemica, soprattutto sul Piave, ponendosi, con un attivismo instancabile, direttamente alla testa delle truppe. Il 23 novembre del ’17 sotto un martellante bombardamento nemico rimase ucciso da una granata. Fu seppellito nel monumentale ossario di Asiago che prese il suo nome.  

 Achille Papa  

Era il novembre del ‘17. Avevano avvertito il generale Achille Papa che un cecchino austriaco teneva d’occhio il sentiero, lassù sulla Bainsizza. Per due volte il comandante, spinto dalla volontà di controllare i reticolati che stavano predisponendo i suoi uomini, riuscì a passare, ma alla terza fu colpito al polmone da una pallottola esplosiva. Grande amante della montagna, scalatore e arrampicatore provetto, fu un grande addestratore e rese provetti alpini anche quei giovani che provenivano da zone d’Italia che non li rendevano familiari con le asprezze della vita in quota. Tra questi, i suoi famosi “romanacci” come amava chiamarli. Papa si distinse nella difesa di importanti capisaldi (Monte Zovetto; Pasubio) e nella conquista di punti nevralgici (quota Madoni sull’altopiano della Bansizza), dirigendo alcune tra le unità più decorate dell’Esercito Italiano come la brigata “Liguria”. 

 Umberto Fadini  

I cavalli ce li aveva nel sangue il cremasco Umberto Fadini, e forse avrebbe dovuto appartenere all’”arma nobile”, la Cavalleria, ma i casi della vita lo indirizzarono verso l’”arma dotta”, l’Artiglieria. Tuttavia, i suoi superiori riconobbero la sua profondissima competenza ippologica e gli diedero modo di occuparsi di cavalli militari presso l’Ispettorato ippico. Durante la Guerra, visse la tragica esperienza di Caporetto, ma uscì indenne da responsabilità dirette. Sul Piave, diede prova di grandi capacità operative: in otto giorni di battaglia non conobbe riposo e diresse personalmente il tiro dei suoi cannoni per ricacciare gli austriaci sul lato sinistro del fiume. Non esitò nemmeno a salire in pallone per meglio osservare il tiro. Quando il Comando supremo gli inviò dei rinforzi d’artiglieria, per altri cinque giorni martellò il nemico, ottenendo una nuova vittoria. Tuttavia poté godersi poco i suoi allori: il 7 luglio del 18 la sua auto fu centrata da un colpo a lunga gittata austriaco. Dilaniato, morì la mattina dopo, nei pressi della foce del “suo” Piave.  

Il Duca invitto e gli altri  

Fra gli altri generali medaglia d’oro possiamo ricordare: Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, detto il “duca invitto” perché la sua 3° Armata fu l’unica, tra le grandi unità che, durante l’intera guerra, non conobbe mai la disfatta. Carlo Giordana e Antonio Cantore furono comandanti di grande tenacia e severità che hanno indotto a credere (senza alcuna prova) che le loro morti fossero state provocate dai propri stessi soldati, cosa che accrebbe ancora di più il loro mito. Oreste De Gaspari, intrepido comandante degli Arditi, fu tra i protagonisti dell’ultima battaglia del conflitto dal Piave a Vittorio Veneto; infine Giuseppe Vaccari, che seppe coniugare l’estremo coraggio con l’abilità di raffinato organizzatore, tanto da divenire, nel primo dopoguerra, addirittura capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Tutti ebbero in comune il senso del dovere spinto fino all’estreme conseguenze. Se chiedevano alle truppe l’impossibile, erano loro stessi disposti per primi a dare l’esempio per realizzarlo. 

 

Andrea Cionci

La Stampa - Pubblicato il 14/12/2017